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Un reportage dal regno delle donne

  Posto che quello in cui ci troviamo non è il migliore dei mondi possibili, a volte ci viene spontaneo domandarci: sarebbe potuta andare diversamente? Ad esempio, se non ci fosse stato quell’imprevedibile diluvio universale (sì, va beh, verosimilmente provocato dalla caduta di un grande inopportuno meteorite, ma adesso non stiamo ad approfondire) la Terra sarebbe ancora dominata dai dinosauri? Che magari, godendo di tutti i privilegi propri delle specie dominanti, si sarebbero evoluti e avrebbero trasformato i loro versi spaventosi in suoni melodiosi, ricchi di significato? E noi, in tutto ciò? Ci saremmo comunque evoluti, avremmo combattuto, o ci saremmo ritagliati uno spazio da schiavi epperò non privo di gratificazioni, ad esempio a fare i loro cagnolini? Ora, però, tralasciando l’ipotesi dei dinosauri e guardando a quanto è accaduto dopo il diluvio, la questione più intrigante è un’altra. Avrebbero potuto essere le femmine della nostra specie a comandare, anziché i maschi? Come

L'Ultimo libro di carta

  Due storie si incrociano. La prima è quella di Aurelio e Lella. La seconda narra di Giulio Brogi, un professore di filosofia che insegna in un liceo di una Milano di questi anni immersa nel cicaleccio dei telefonini, avvolta in una nebbia non più atmosferica ma rumorosa e nevrotica nelle sue solitudini. Aurelio e Lella sono due ventenni all’inizio degli anni Quaranta, in un paese di mare del Sud dell’Italia, innamorati. Lui partecipa alla seconda guerra mondiale, viene mandato in Grecia nella sventurata spedizione italiana, poi deportato. Lei è convinta che lui sia morto, e si rassegna a sposare un altro. Frattanto Giulio scopre che è malato di Alzheimer, e la sua mente progressivamente deraglia. Intanto la vicenda di Aurelio e Lella scorre, fra private illusioni e pubblici inganni attraversa il secondo dopoguerra, la nuova emigrazione italiana, le fabbriche del Nord. Mentre la storia italiana corre verso il miracolo economico, coi suoi sogni piccolo-borghesi e le sue contraddi

L'ultimo incontro con Franco Loi

  L’ultima volta ero stato a trovarlo un paio di mesi fa. Non lo vedevo da tempo, ed ero ansioso di mostrargli un “ritrovamento” di cui andavo orgoglioso. Si trattava di una vecchia edizione di cui fortunosamente avevo reperito una copia. Era la pubblicazione di “Invasioni di poesia”, un festival che avevo organizzato vent’anni prima, quando facevo l’assessore alla cultura a Cosenza. Loi a quel tempo aveva già settant’anni, ma si muoveva agile e gagliardo come un giovincello. L’occasione era insolita: consisteva nel portare la poesia nei luoghi “non poetici” della città. In mezzo alle scartoffie dell’Inps. Fra gli impiegati del provveditorato agli studi. Nel dormitorio frequentato dai poveri. Nel cortile del centro di igiene mentale. Franco Loi, Gregorio Scalise, Tahar Bekri, Biancamaria Frabotta. A colorare di parole il grigio. Ad aggredire le ovvietà, a bastonare la noia. A giocare coi corpi e con le stelle. Perché poi i recital serali invece si svolgevano al mare, sulle spiagge

La lezione

Allora, ragazzi, torniamo a parlare del ventunesimo secolo e dei fatti clamorosi che segnarono l’inizio di quel tempo lontano. Era iniziato quel duemilaventi fra frizzi lazzi salti ed allegria c’era chi lo chiamava ventiventi   chi giocava con la palindromia e poi chi spergiurava - ma gli storici lo danno per incerto – che cominciò lo 02022020. La ruota girava a tutto regime tintinnavano le borse rombavano gli aerei gli eserciti presidiavano i confini chi guadagnava l’uno chi il cinque chi il diecimila ma insomma si mangiava si ubriacava tutto scorreva con regolarità. Io non so che anatemi che infauste magarie ma certo lì un pulsante si inceppò succede con i numeri palindromi s’era scampato il baco del millennio e chi se l’aspettava il ventiventi! eppure il buco nero s’è azionato e tutto dentro gli è precipitato. Eccoli arrivare il monaco dagli occhi bianchi dei tremori d’infanzia, i bambini non segnati che vagavano su bia

Milano ai tempi del corona

Ho sempre amato la fantascienza. Non tanto, per la verità, quella “tecnologica”. E ancor meno i filmetti – anche se riconosco loro un certo fascino – di supereroi che con armi fulminanti combattono contro il male. Di più sono attratto dalla fantascienza “sociologica”; ossia dalle ipotesi più o meno fantastiche su come le nostre organizzazioni sociali evolveranno nel tempo, davanti a sollecitazioni oggi imprevedibili. Ma mi attirano anche le narrazioni che includono spettri, incubi collettivi: soltanto nella misura in cui ipotizzano reazioni interiori, irrazionali quanto verosimili, che più che inventare ci dicono quel che sta scritto nella nostra mente da sempre, e che noi cerchiamo, più o meno disperatamente, di nascondere, di seppellire nell’inconscio, di occultare. Milano in questi giorni somiglia a un film di fantascienza, del genere “sopravvissuti”. C’è poca gente che gira per le strade, la metro va avanti e indietro semivuota, nel suo andirivieni ora nudo e quindi folle. Le

La Giunta Mancini

In diversi mi dicono che esponenti dell’attuale amministrazione comunale di Cosenza, anche ai suoi massimi livelli, hanno sostenuto che, se il Comune è in dissesto, la colpa sarebbe della giunta Mancini. Questa affermazione è troppo strampalata, sarebbe come dire che, se Berlusconi faceva le seratine con le OIgettine, tutto dipende dal fatto che a Giolitti piacevano le donne; e dunque io non risponderò. Però voglio cogliere l’occasione per raccontare a quelli che negli anni Novanta non erano nati o erano troppo giovani, sia pure nel breve spazio di un articolo, cos’era la giunta Mancini. Giacomo Mancini era un uomo politico esperto e navigato, ma presentava una caratteristica che non ho riscontrato in quasi nessuno dei politici che ho conosciuto: aveva uno spirito visionario. Così ha voluto costruire intorno a sé una giunta decisamente “improbabile”, chiamando come assessori persone come Pierangelo Dacrema, un economista che teorizza l’abolizione del denaro; Franco Piperno, un fi